Ricerca

Ad oggi, una cura per la distrofia muscolare di Duchenne e Becker non esiste ancora. Questo non significa che il mondo della ricerca sia fermo, ma che la strada è lunga, e che sono necessari ancora sforzi e tentativi per arrivare ad ottenere risultati concreti.
Il percorso per sviluppare un nuovo farmaco o una terapia è lungo e costoso; il rischio che l’esito sia negativo fa parte del processo e va sempre messo in conto. Per i pazienti e per le loro famiglie tutto questo può essere molto frustrante. In questo periodo le speranze della comunità Duchenne e Becker crescono, perché le strategie in corso di sperimentazione sono davvero tante.
A partire dal 1986, anno in cui venne identificato il gene della distrofina, il numero di pubblicazioni scientifiche inerenti la DMD/BMD è aumentato esponenzialmente, consentendo nel tempo di raggiungere una comprensione delle basi biologiche della patologia tali da poter ipotizzare una serie di possibili strategie terapeutiche, alcune delle quali negli ultimi anni hanno oltrepassato il confine del laboratorio e sono entrate nella fase  di sperimentazione clinica nell’uomo.
In base alla modalità di azione ciascuna di queste strategie può essere ricondotta a una delle seguenti tipologie di intervento: la terapia genica, quella cellulare e quella farmacologica.
Il supporto alla ricerca scientifica sulla distrofia muscolare di Duchenne e Becker è un obiettivo fondamentale per Parent Project. L’associazione persegue questo fine agendo su più livelli nell’ottica di promuovere un percorso quanto più spedito e fluido possibile per la ricerca.
Parent Project finanzia la ricerca dal 1999; i progetti finanziati sono stati valutati positivamente da una commissione internazionale costituita da esperti nel settore che ne giudicano l’originalità e il potenziale impatto sulla patologia. Gli studi sostenuti ricadono in tutti gli ambiti della ricerca: quella di base, focalizzata all’acquisizione di nuove conoscenze inerenti le basi biologiche della patologia, quella applicata, finalizzata allo sviluppo di strategie terapeutiche per la DMD/BMD, e quella focalizzata sullo sviluppo di nuove metodiche diagnostiche per la DMD/BMD.
L’Area Scienza dell’associazione gestisce tutte le attività legate al sostegno della ricerca e alla divulgazione dell’informazione scientifica verso i pazienti, le famiglie e il mondo esterno.

IL PERCORSO DI UN TRIAL CLINICO

Il termine “trial” in inglese significa “collaudo”, “prova”, “esperimento”, e viene usato anche in italiano – seguito dal termine “clinico” – per indicare il percorso di sviluppo di un farmaco o di un approccio terapeutico. Il trial clinico è un protocollo di sperimentazione condotta sugli esseri umani che ha lo scopo di determinare l’efficacia e i possibili effetti collaterali di un farmaco o di una terapia. L’iter segue una prima fase, la fase preclinica della durata media di 3-4 anni, che viene condotta con esperimenti in provetta o su colture cellulari (detti esperimenti in vitro) e su modelli animali da laboratorio (sperimentazione animale o in vivo). In questo stadio si definiscono i meccanismi d’azione, la tossicità e gli effetti collaterali, il dosaggio o il protocollo di somministrazione, più altri importanti parametri dai quali si decide se proseguire o meno con la sperimentazione clinica sull’uomo. La sperimentazione clinica è suddivisa in 4 fasi principali, finalizzate a dimostrare la tollerabilità, la sicurezza e l’efficacia di un nuovo farmaco (o terapia) e l’esistenza di un rapporto rischio-beneficio favorevole. Le prime tre fasi vanno dalla prima somministrazione all’uomo sino all’immissione in commercio del farmaco.

La Fase 1

Nel caso dei farmaci orfani viene compiuta su un numero molto ristretto di volonta-ri sani o di pazienti, che devono precedentemente firmare una dichiarazione di “consenso informa- to”. In questo stadio della sperimentazione per il trattamento si utilizzano dosi molto basse, aumen-tandole gradualmente. L’obiettivo è determinare il meccanismo d’azione, le vie di metabolizzazione e di eliminazione del farmaco dall’organismo (farmacocinetica) e se la terapia è ben tollerata e sicura.A questo livello, gli studi hanno scopi conoscitivi e non terapeutici. Consentono di stabili-re analogie e differenze con i dati rilevati negli studi preclinici sugli animali, e di fornire impor-tanti elementi di predittività sull’attività terapeutica e sulla posologia da impiegare nell’uomo.

La fase 1 dura circa 1-2 anni. Se i risultati sono buoni e le agenzie regolatorie danno l’autorizzazione si passa alla sperimentazione di fase 2 per valutare l’efficacia.

La Fase 2

In questa fase si procede su un numero sempre ristretto di pazienti che firmano anch’essi il consenso alla sperimentazione. Generalmente a gruppi diversi si somministrano dosi differenti del far-maco o della terapia in esame per determinare la dose più adatta in grado di esercitare effetti terapeutici senza causare danni collaterali. Si delinea così il profilo farmacodinamico (rapporto dose-effetto). I criteridi arruolamento al trial sono molto precisi e restrittivi, vengono selezionati pazienti con caratteristichecliniche il più possibile omogenee per ridurre al minimo le variabilità di risposta alla terapia sperimentale.Gli studi di fase 2 possono essere divisi in fase 2a – studi orientativi, in pazienti accuratamente selezio-nati, finalizzati all’identificazione del “range” di dosi attive e della posologia ottimale tollerabili – e fase2b – studi controllati in doppio cieco, in cui il trattamento sperimentale è messo a confronto con placebo o altre terapie di riconosciuta efficacia al fine di dimostrarne il vantaggio terapeutico. Gli studi di fase 2b sono finalizzati alla conferma delle dosi terapeutiche, della posologia ottimale e della sicurezza.

La fase 2 può durare circa 2-3 anni. Se i risultati sono buoni e le agenzie regolatorie danno l’autorizza- zione si passa alla sperimentazione di fase 3.

La Fase 3

Questa fase ha come scopo la verifica su un numero più grande di pazienti dei dati emersi in fase 2 per una più accurata determinazione della sicurezza ed efficacia terapeutica. Costituisce la fase più estesa e rigorosa di tutto il processo. Il trattamento è messo a confronto con placebo o altre terapie di riconosciuta efficacia. Si saggiano anche gli schemi posologici per la commercializzazione e siricercano eventuali interazioni con altri farmaci. L’ arruolamento dei pazienti, sempre con accettazionedel consenso informato, è fatta in maniera tale che i partecipanti siano il più possibile rappresentativi e che si identifichi il “tipo” di paziente più indicato per la terapia, escludendo i sottogruppi di pazienti arischio per non esporli ai pericoli dello studio. Si ricorre generalmente a sperimentazioni in doppio-cieco (protocollo per cui né il medico né il paziente sanno se il paziente in questione è trattato con la terapiasperimentale o con il placebo). Protocollo che permette che i dati raccolti siano assolutamente oggettivie non influenzabili dall’opinione dello sperimentatore o del partecipante allo studio.

La durata della fase 3 è di circa 3-4 anni. Se la terapia supera questa fase viene richiesta l’autorizzazione all’immissione in commercio all’agenzia regolatoria deputata.

In Europa l’organo che si occupa della valutazione dei risultati degli studi clinici e dell’autorizzazione per l’immissione in commercio è l’EMA (European Medicines Agency), negli Stati Uniti è l’FDA (Food and Drug Administration), e in Italia è l’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco).

La Fase 4

Include gli studi sperimentali e osservazionali post-marketing, ovvero dopo l’immissione incommercio della terapia. È in questa fase che avviene la farmacovigilanza con la segnalazione, anche da parte dai pazienti stessi che utilizzano la terapia, di reazioni avverse e impreviste. Continuare la sorve-glianza, dopo l’autorizzazione all’impiego clinico, è un punto fondamentale per tutelare la sicurezza dei pazienti e la salute pubblica fornendo informazioni affidabili sui rischi e sui benefici dei medicinali.

È importante sottolineare che le terapie sperimentali innovative quali ad esempio la terapia genica o la terapia cellulare (a base di cellule staminali) seguono lo stesso iter di sviluppo clinico dei farmaci consi- derati “classici”.